Capitolo Sei. Sren Kierkegaard.
Introduzione. Il singolo rifiuta la conciliazione.
L'opera di Kierkegaard si articola su due livelli complementari:
quello delle opere pseudonime, ricche di intuizioni e riflessioni
sull'esistenza, e quello delle opere che portano il suo nome, le
quali rivelano pi direttamente il suo progetto filosofico e
umano. Si tratta per lui in primo luogo di ritrovare una
cristianit che si  dimenticata, nell'impegno ad accordarsi col
mondo, che solo la verit che edifica  verit per te, come
suona l'ultimatum che chiude Aut-Aut.
Kierkegaard osservava che fra la nobilt era da tempo di moda il
libertinismo, sempre condannato severamente dalla religione
cristiana; il comportamento dell'uomo borghese appariva invece
particolarmente edificante. Tanto era detestabile il seduttore,
tanto appariva positivo ed in sintonia con la dottrina cristiana
il buon padre di famiglia tutto dedito al lavoro, alla moglie e ai
figli. La citt in cui il filosofo viveva, Copenhagen, gli
sembrava una tipica citt borghese, convinta di essere anche una
citt cristiana. Il borghese trova sicurezza nella
razionalizzazione della sua vita, nel rispetto della morale; per
questo egli si sente nel giusto ed ha il consenso sociale (la
societ lo apprezza e lo approva). Ma proprio la sua convinzione
di essere nel giusto lo pone lontano da Dio.
Il cristiano deve essere piuttosto come Abramo, che di fronte alla
prova suprema non fond il suo agire sulla ragione o sui dettami
della morale e sul consenso sociale, ma si affid totalmente alla
volont di Dio (lettura 8). Il cristianesimo, per Kierkegaard, 
fede in Cristo ed imitazione di Cristo, quindi un modo di vivere e
non una teoria filosofica come invece tendevano a considerarlo
nelle universit tedesche. Esso non  un lgos che si affianca o
si contrappone alle varie correnti filosofiche, ma il paradosso
per eccellenza, non inseribile in schemi razionali.
Pur avendo Kierkegaard espresso un pensiero originale nella sua
radicalit e nel suo impegno polemico il filosofo danese sembra
non tenere in sufficiente considerazione i problemi che erano nati
con le guerre di religione e i motivi che stavano dietro alla
grande reazione illuminista, al conceguente razionalismo e
all'idealismo hegeliano, che aveva poi fagocitato nei suoi schemi
razionali tutta la dottrina cristiana, suscitando per questo la
protesta di Kierkegaard.
All'inizio di questo secolo si ebbe la Kierkegaard-Renaissance e
Kierkegaard fu studiato e interpretato soprattutto come un
filosofo esistenzialista perch i suoi scritti sono una miniera
inesauribile di osservazioni, molte delle quali particolarmente
profonde, sulla condizione umana. Con le sue provocazioni sul
singolo che si oppone al pensiero epistemico Kierkegaard avanza
una serie di questioni di difficile soluzione:  possibile una
filosofia dell'esistenza? Esiste una dimensione oggettiva
dell'esistenza? Qual  il rapporto fra la ragione e il singolo?.
Le domande sull'esistenza umana erano state una componente
importante nelle opere di artisti e poeti fin dall'antichit ed
erano tradizionalmente considerate pi idonee alla poesia che alla
filosofia. Esse avevano poi trovato spazio nella riflessione di
alcuni filosofi cristiani, come Agostino, Bonaventura, Pascal. La
brutalit con cui la ragione epistemica si era imposta nella
filosofia hegeliana, mettendo in evidenza le potenzialit di
negazione dell'individuo insite nell'idealismo, aveva provocato la
reazione di Kierkegaard (e di Stirner), riportando cos in auge il
problema.
Il binomio individuo-libert  un avversario temibile per la
ragione epistemica e non a caso gli idealisti avevano cercato di
neutralizzarlo, inserendo la libert in schemi razionali
tranquillizzanti (come la stessa dialettica hegeliana e la
concezione progressista della storia) e riducendo l'individuo a
qualcosa d'inessenziale. La reazione di Kierkegaard si sintetizza
nel considerare la libert come una caratteristica specifica del
singolo (preclusa alla filosofia, che tende a farne un'idea,
quindi un'astrazione) e nel sottolineare la profonda convinzione
che l'individuo possiede di essere superiore alla specie. La sua
filosofia dunque si oppone frontalmente alle pretese della ragione
epistemica di comprendere la realt tutta intera e costringe a un
confronto fra l'individuo e la razionalit come  due realt fra
loro inconciliabili.
Almeno in parte, si ripresentano in Kierkegaard problematiche e
tesi che abbiamo gi incontrato nel grande dibattito del
tredicesimo secolo sulla filosofia di Aristotele, quando i
filosofi francescani lottarono per l'individuo contro l'egemonia
del pensiero epistemico (confronta Quaderno I/6, La scolastica nel
tredicesimo secolo. Il dibattito su fede e filosofia nel
tredicesimo secolo. Dottrine inconciliabili). Anch'essi posero al
primo posto la libert e Bonaventura defin l'uomo non come un
animale dotato di ragione, secondo la tradizione filosofica, ma
come un totum potentiale, cio caratterizzato dalla libert. E la
dottrina bonaventuriana degli status (status naturae integrae,
status naturae lapsae, status viae, status patriae) non  cos
lontana dalla dottrina kierkegaardiana degli stadi (estetico,
etico e religioso), come invece il taglio teologico dell'uno e
quello esistenziale dell'altro potrebbero far pensare. Lo status
viae di Bonaventura mette in evidenza un'attenzione proprio alla
dimensione esistenziale dell'uomo.
Dopo Bonaventura, Duns Scoto elabor il concetto di haecceitas,
con il quale intendeva dimostrare che nell'uomo l'individuo non
pu essere assorbito dalla specie, non  riducibile ad essa. Scoto
usava anche l'espressione individualit sostanziale, non
comprensibile con i processi di astrazione propri della ragione
epistemica, ma soltanto attraverso quella che egli chiama
intellezione intuitiva. Anche qui i punti in comune con
Kierkegaard appaiono evidenti.
Infine l'ultimo grande filosofo francescano, Guglielmo d'Ockham,
arriv a proporre una rottura radicale fra la rivelazione
cristiana e la filosofia. Egli affermava che Dio non  definibile
come Lgos, ma come Volont: quindi non solo egli  capace di fare
le leggi della natura e di conformarsi ad esse, ma anche di
infrangere le leggi del creato, da lui stesso volute, come quando
compie i miracoli.  La conclusione di Ockham era che niente ha
valore assoluto; tutto  contingente di fronte alla volont
divina. Questo radicalismo mise in crisi la ragione e tutta la
filosofia scolastica cos come Kierkegaard cerc di mettere in
crisi la teologia del suo tempo. Questo fa pensare che l'accusa
che gli  stata rivolta di aver voluto favorire l'irrazionalismo
non sia senza fondamento.
Ma qual era la vera opinione di Kierkegaard sulla filosofia? In
particolare una sua opera, Johannes Climacus o De omnibus
dubitandum est, affronta questo argomento. Per il filosofo danese
la filosofia da una parte pu essere oggetto d'amore, di una vera
e propria passione, pu essere cio un godimento spirituale
insuperabile. Dall'altra essa  quel luogo in cui, come insegna
Descartes, impera la regola che bisogna dubitare di tutto, de
omnibus dubitandum est. Il dubitare di tutto trasforma la
filosofia in un gioco pericoloso, una via che non porta da nessuna
parte, una malattia mortale dello spirito, la quale colpisce tutti
coloro che la prendono sul serio (da questo pericolo sono immuni
solo i professori di filosofia)@#@#..i
